La crisi in Nicaragua

Da ormai un mese e mezzo il Nicaragua è colpito da una rivolta senza precedenti, la cui repressione da parte del governo di Daniel Ortega ha causato oltre un centinaio di morti. Quali sono le origini del conflitto? Quali i principali interlocutori e le prospettive di dialogo? Come stanno i cooperanti di COMUNDO? Ne abbiamo parlato con il nostro coordinatore locale Federico Coppens.

Nicaragua, Federico coppens

Quali sono le origini del conflitto?
È necessario fare una premessa storica: il ritorno al potere di Daniel Ortega nel 2007 è stato assolutamente democratico, ma da quel momento ha lavorato costantemente per consolidare il suo regime, che è così diventato sempre più egemonico, autoritario e illegittimo. Ortega è un politico navigato che negli anni ha neutralizzato tutti gli oppositori; questo ha causato malcontenti crescenti in diverse fasce di popolazione, che si è sentita manipolata per troppo tempo.

La scintilla che ha fatto scoppiare le rivolte è stata la riforma del sistema di sicurezza sociale presentata in aprile, contro cui sono scesi in strada dapprima i pensionati. Ma all’inizio non era niente di eccezionale, si trattava di poche centinaia di persone, come spesso successo in passato. Tutto è degenerato quando si è vista una repressione così violenta delle proteste: allora la popolazione intera si è mobilitata e ha cominciato a manifestare in massa. Ai pensionati si sono rapidamente aggiunti i giovani, indignati da come era stato gestito l’incendio di pochi giorni prima nella riserva biologica Indio-Maiz: mentre un tesoro biologico di grandissimo valore per tutto il Centro America andava a fuoco, la vicepresidente Rosario Murillo minimizzava i fatti, causando così un intervento tardivo del governo.

Alcuni fattori possono aver preoccupato particolarmente la popolazione. Dapprima la censura: la repressione è iniziata con il blocco di alcuni mezzi di comunicazione e la volontà di controllare i social media. Ha sorpreso anche la sproporzionata violenza con cui si è intervenuti contro dei manifestanti disarmati: ormai non si contano più i filmati in cui si vede la polizia sparare a cittadini a mani nude. Non ci si aspettava questo.

Quali sono le parti coinvolte e come sta evolvendo il dialogo?
Non c’è nessun partito politico alla base delle proteste: è un movimento civico molto spontaneo, composito e finora pacifico, generato come detto dal malcontento nei confronti del governo, che negli anni si è inimicato le donne, i piccoli agricoltori, gli studenti, la Chiesa. Questa volta anche il settore privato, che ha beneficiato di tassi di crescita straordinari per l’America centrale negli ultimi anni, ha voltato le spalle al presidente.
La Chiesa, attraverso la Conferenza episcopale, ha assunto un ruolo di mediazione convocando una tavola rotonda di dialogo tra le parti. Attualmente però è tutto sospeso, a causa della repressione troppo violenta da parte del governo. Per riprendere le negoziazioni si chiede la fine della repressione e il disarmo dei gruppi paramilitari, ma non è cosa facile.
Crescono nel frattempo anche le pressioni internazionali, con la Commissione interamericana dei diritti umani che indaga, il segretario generale dell’ONU che condanna le violenze e chiede di poter visitare il paese, Amnesty International che denuncia la strategia per sopprimere le proteste.

Cosa fa COMUNDO per garantire la sicurezza dei cooperanti?
La protesta è iniziata a Managua, ma poi è scoppiata dappertutto contemporaneamente: vi sono manifestazioni anche in piccoli centri e addirittura in storici baluardi sandinisti. Fin dai primi giorni siamo quindi in contatto costante con i nostri cooperanti: via mail, per skype o telefono. Tutti hanno ben presente il protocollo di sicurezza da seguire in caso di pericoli. Li abbiamo invitati a spostarsi il meno possibile e a lavorare da casa. Gli spostamenti sono infatti molto difficili a causa delle strade bloccate. Stanno tutti bene, anche se non è facile adattarsi allo stress causato dall’incertezza di non sapere come evolverà la situazione. Anche dalla Svizzera la responsabile del programma Nicaragua è regolarmente in contatto con la coordinazione per vedere insieme come gestire la situazione e come provvedere alle necessità di sostegno anche morale dei cooperanti. Insieme alle altre organizzazioni svizzere presenti in Nicaragua si sta attualmente lavorando a una lettera da inviare al Consiglio Federale, al Dipartimento degli Affari Esteri e alla ambasciata svizzera in Nicaragua affinché provino anche loro a far pressione sul governo nicaraguense chiedendo di accettare le condizioni proposte dalla Commissione interamericana per i diritti umani e di cessare ogni forma di violenza.

C’è un dispositivo di sicurezza?
L’Agenzia svizzera per lo sviluppo e la cooperazione (COSUDE) e il consolato svizzero hanno un ufficio a Managua e insieme gestiscono una cellula di crisi alla quale partecipiamo. Tutti i nostri cooperanti sono integrati in una rete di contatti che si attiva appena succede qualcosa di particolare. Mercoledì 6 giugno è prevista invece una riunione straordinaria tra la COSUDE e tutte le ONG svizzere presenti in Nicaragua in cui insieme si valuterà la situazione.

Qual è il ruolo della cooperazione internazionale allo sviluppo, in un contesto del genere?
Da anni non collaboriamo più con il settore governativo: il nostro impegno è nella società civile ed è molto apprezzato il fatto che restiamo “nella buona e nella cattiva sorte”. Cerchiamo di avere un’immagine pluralista: tra le nostre organizzazioni partner ve ne sono alcune simpatizzanti del governo e altre piuttosto tra gli oppositori, ma finora siamo sempre riusciti a gestire il tutto in maniera armoniosa. La sfida ora per tutti è la gestione quotidiana della crisi, con lo scenario che cambia continuamente  e la mancanza di informazioni trasparenti.
Non ci si aspetta gran che dall’estero. Questa è una crisi interna, ed è dall’interno che dovrà arrivare una soluzione.

I nostri progetti in Nicaragua

Iscriviti alla newsletter

Seguici su Facebook!